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martedì 1 novembre 2011

Artista del mese: Alessandro Calizza


          

      Raccontaci la tua storia. Come e quando hai capito di essere un artista?

Iniziamo con una domanda difficile. Forse potrò sembrare retorico ma ancora oggi mi chiedo quale sia il significato della parola “artista”, ed il problema sta proprio nel fatto che esistono tante e differenti risposte.  Da parte mia quello che posso dire è che mi sono avvicinato all’arte a 13 anni. Età in cui insieme ad altri ho scoperto il writing ed i graffiti. Da lì poi sono passato alle tele, le prime risalgono al 1999-2000 credo (ma sono chiuse in cantina e non so quando vedranno la luce del sole). Se devo però trovare un anno in cui penso di aver iniziato a vivere in maniera totalmente diversa la pittura e l’arte si torna a tempi molto più recenti. Le prime tele dipinte ed esposte infatti sono del 2009 e forse è proprio quello l’anno in cui, dopo essermi laureato al D.A.M.S. di Roma e poi abbandonato una laurea specialistica a Firenze, ho capito di volermi dedicare totalmente all’arte.
 Questo per rispondere alla domanda del “quando l’ho capito”. Come l’ho capito invece è differente. Non credo ci sia un momento preciso in cui una persona decida di voler prendere questa o un’altra strada nella vita. È come quando si è innamorati: non c’è un momento esatto in cui ciò avviene, semmai c’è un momento preciso in cui ce ne rendiamo conto. Con l’arte per me è stato lo stesso. Ad un certo punto mi sono reso conto che era così e basta. Punto. Fregato. Come l’ho capito?  Semplicemente perché tutto questo aveva preso il sopravvento su me e su tutto il resto, piazzandosi prepotentemente al primo posto tra i miei desideri ed i miei bisogni. Nel bene e nel male. Dico questo perché l’arte è qualcosa di stupendo, ma rendersi conto di non voler e non poter fare altro nella vita mette anche paura. Paura di svegliarsi e non avere idee in testa, paura che quello che hai da dire non interessi a nessuno, paura di non farcela.. ma poi prendi in mano i pennelli, le idee non fanno che aumentare e tutto scompare. Te ne freghi del resto e lo fai per te stesso. L’arte è un atto di egoismo in questo senso. Poi ovviamente una volta finito di dipingere vuoi anche che il mondo fuori dallo studio veda il tuo lavoro e ti permetta di viverne, ed inizia tutta un’altra storia. Anche qui nel bene e nel male.
Inoltre devo dire che ultimamente ho partecipato a diverse mostre, performance ed altri progetti di ottimo livello che, assieme al consenso ottenuto, sempre più stanno radicando in me la convinzione che possa essere la strada giusta.

        Possiamo definire la tua arte nel Pop Surrealism, come sei approdato a questa corrente? E perché hai intrapreso questa strada?

Dovendo definire ed inquadrare ciò che faccio sicuramente il Pop Surrealism è il contesto più adatto a cui accostare il mio lavoro e la cosa non mi dispiace affatto, anzi, trovo varie ed importanti affinità con le idee e gli stimoli da cui questa realtà ha preso vita. 
Sono arrivato a confrontarmi con questo tipo di arte in maniera assolutamente spontanea e senza forzature di alcun genere. Dipingendo ogni giorno e cercando un linguaggio che potesse sia essere fedele al mio modo di volermi esprimere sia avere il valore, per me fondamentale nell’arte, di saper rispecchiare i nostri tempi, il tendere al Pop Surrealism è stato naturale. Ogni epoca ha trovato il modo di essere dipinta, narrata in un libro o ripresa da una videocamera. Oggi come oggi non vedo altro modo altrettanto adeguato e valido di interrogarsi su ciò che viviamo o, più semplicemente, di volerlo ritrarre. La nostra società è pop e surreale. Le nostre vite lo sono. Tutto lo è nell’assurdità, la pesantezza ma anche nell’effimerità e nell’ironia di questo presente. Con tutte le luci e le ombre del caso. O forse è solo il mio modo di vedere le cose, ma non credo. Fortunatamente in questi ultimi anni anche in Italia (con i soliti 10-15 anni di ritardo rispetto ad altre parti del mondo,  Stati Uniti in particolare) l’attenzione per nuovi tipi di arte come il Pop Surrealism sta crescendo sempre di più. E questo non a caso, ma grazie al lavoro di poche e coraggiose gallerie e persone. Penso all’importanza ed al valore che ha avuto la mostra Apocalipse Wow! curata da Julie Kogler un paio di anni fa al MACRO Testaccio, che ha finalmente riunito in uno spazio istituzionale e di rilievo di Roma i più importanti artisti di questa corrente a livello internazionale. Penso alla mostra “Italian Pop Surrealism” curata da Andrea Opphenaimer ed inaugurata questo ottobre alla Mondo Bizzarro Gallery, che ha avuto il gran merito di far vedere che anche in Italia c’è una nuova e valida generazione di artisti attiva nel grembo di questa corrente. Insomma, di segnali positivi ce ne sono e sono tanti, non ultimo l’articolo di Luca Beatrice che ha definito il Pop Surrealism come l’unica possibilità di salvezza della pittura. Ipotesi con cui mi trovo perfettamente d’accordo.  C’è anche chi vede più opportunismo che altro in questa apertura di persone o gallerie da sempre interne a tutt’altro ambiente, io però sono fiducioso e penso che oltre a strategie di mercato inevitabilmente presenti (esistono tra gli artisti figuriamoci tra galleristi, curatori o critici) ci sia anche un reale avvicinamento al nuovo che avanza.
Ora tutto sta nel riuscire a detronizzare i vecchi baroni dell’arte con il loro seguito di idee ormai stanche, già dette e non più adatte all’oggi.

       Parlaci di ciò che hai prodotto finora e dove la tua ricerca ti ha portato. Stai lavorando ad un progetto che in qualche modo svolta il tuo percorso finora intrapreso. Cosa bolle in pentola? Cosa si distacca dalla precedente produzione?

Se penso agli ultimi anni vedo come il mio modo di dipingere sia cambiato profondamente. Ad una prima occhiata oltretutto tele che anno solo tre o quattro anni di differenza sembrerebbero l’opposto l’una dell’altra, mentre penso che, seppur veloce e a volte con cambi di rotta non proprio semplici da intuire, tutto il mio lavoro si sia sviluppato sino ad oggi in maniera piuttosto lineare. Potrei dividere questa evoluzione in sette “momenti”, ma sarebbe troppo lungo descriverli ora. Inoltre disegnando molto capita spesso che tra una serie di tele ed un’altra ci siano in mezzo centinaia di disegni in cui invece questa evoluzione risulta perfettamente chiara. Dopo un primo momento  in cui mi sono concentrato su tele che avevano come tema principale la metropoli ed il mio modo di percepirla ho iniziato a realizzare anche installazioni di vario genere. È in questa occasione che la componente pop ha preso piede nei miei lavori riapparendo poi anche nelle tele, seppur diluita in contesti differenti e già presentando buona parte degli elementi riconoscibili nei miei ultimi lavori. Ciò che è cambiato particolarmente è anche il mio modo di dipingere. Oggi preferisco una pittura più precisa e figurativa, con colori come il viola, l’azzurro, il blu o il marrone a dominare.  Penso che ogni contenuto abbia un modo ideale di essere espresso e quello che sto dipingendo ora ha trovato la sua espressione ideale in questo tipo di pittura. Ciò che accomuna questi lavori sono principalmente due cose: Snub, quasi un piccolo totem più che un ipotetico toy, ed un determinato tipo di atmosfere.  Sono quadri in cui di volta in volta Snub si ritrova coinvolto in situazioni differenti diventandone immediatamente il protagonista. Ad esempio da poco ho iniziato un discorso (che credo mi impegnerà ancora per molto tempo)  in cui sto rivisitando a modo mio differenti momenti della Divina Commedia, opera che trovo di una grandezza e di una bellezza insuperabili. Snub si è rivelato il protagonista perfetto anche per questi quadri ed anzi contribuisce a dargli quella dimensione surreale che ricerco nelle mie opere. Anche se tecnicamente più faticosi i quadri che sto realizzando adesso sono quadri in cui mi sento perfettamente  a mio agio. È ciò che mi sento di dipingere e non potrei fare altrimenti. Inoltre sono convinto come mai prima del valore di questi lavori e spero di poterli presentare presto nel modo che meritano. Ho solo bisogno del tempo necessario per dar vita ad un corpus di opere sufficientemente adatto allo scopo, sia per quantità che per qualità.

        Cosa è per te Snub?

Snub è comparso nelle mie opere già da un po’ e ci si trova bene. C’è e basta. Per me è un perfetto compagno di gioco: asseconda le mie idee, le rende possibili e ne è parte egli stesso. Mi sento a mio agio con lui e lui ci si sente con me.
Molti mi hanno chiesto se in realtà io sia Snub. No.  
Snub è Snub.
Oltre a ciò che ho detto precedentemente non ne so molto di più ed anche quel poco che so preferisco tenerlo per me.

       Realizzi anche performance dal vivo, puoi spiegare cosa provi a creare sotto gli occhi di tutti?

Le varie performance che ho fatto (ideate da me o semplicemente come partecipante) sono state principalmente di due tipi. In un caso sono state sessioni di live painting insieme ad altri artisti, in una performance ideata da me e chiamata “scacco matto in 30 mosse”; una vera e propria sfida uno contro uno con la tela come campo di battaglia ed i colori al posto dei pezzi della scacchiera. In queste occasioni ciò che ho provato sinceramente non è stato eccessivamente distante da ciò che provo quando lavoro a studio, se non per la curiosità di sapere poi cosa ne pensassero i presenti e per il confronto con l’altro artista . Il pubblico intorno è semplicemente scomparso ed il contesto è stato praticamente ininfluente. Ciò che mi ha colpito molto le volte che ho realizzato questa performance ( due con Silvia Faieta ed una con Letizia Cortini) è come io abbia totalmente perso la cognizione del tempo. A fine performance pensavo fossero passati 20-30 minuti ed invece era passata almeno un’ora e mezza ogni volta. Ed ancora più strano è stato il clima di assoluta sospensione creatosi in galleria. Per più di un’ora nessuno ha detto una parola, come se il nostro stato interiore si fosse proiettato anche all’esterno pervadendo gli spazi della galleria ed i presenti. È stata un’esperienza piacevole e davvero particolare.
Nel secondo caso, dove le performance sono state realmente tali invece è molto diverso.  È un coinvolgimento che non può prescindere dal pubblico, anzi spesso il pubblico è chiamato a farne parte e senza questo la performance quasi non avrebbe motivo di esistere. Qui la creazione è diversa, si è più attori che artisti (in senso stretto del termine) e cambia tutto. Ma devo dire che è una dimensione che mi piace molto. Penso ad esempio alla performance a cui ho partecipato questo ottobre al MAXXI. A mio giudizio è veramente ben riuscita e l’attenzione che ha avuto sia in termini di presenza di pubblico sia da parte dei media lo dimostra. In questa performance dal titolo “TAXXI” lo scopo era quello di vivere lo spazio del museo in maniera totalmente diversa e nuova, e far provare la stessa esperienza al pubblico presente. È stata un’incredibile parentesi senza alcun senso apparente all’interno di uno spazio che aveva veramente bisogno di una ventata d’aria fresca come questa. Ci siamo divertiti a giocare con lo spazio e con le persone. Stupendole, irritandole e, come credo, facendole divertire a loro volta. Due ore di sano e fecondo delirio. Spero che in futuro si possano realizzare nuove performance come questa e voci di corridoio dicono che anche il MAXXI ne sia rimasto entusiasta. Ora non posso dire nulla ma agli interessati consiglio di restare in ascolto…

         Ci parli degli useless object?

Gi Useless Objects sono nati quasi per gioco, poi però mi ci sono affezionato ed è un’idea che intendo sviluppare ulteriormente nel mio lavoro. Penso sia evidente la matrice pop da cui il lavoro prende ispirazione ed il voler accentuare attraverso “l’oggetto” stesso come questo sia diventato spesso il fine ed il valore centrale, a discapito della sua funzione reale. Basta avere, mostrare; se poi è un oggetto che non serve a nulla poco importa. Tempo fa è stato creato un orologio che non segna l’ora ed è uno dei più costosi al mondo. Il prototipo perfetto dell’oggetto inutile. Vorrei averci pensato io ed invece ci sono persone che pagano migliaia di dollari per averlo. Cosa ci può essere di più pop e surreale di questo?
È un pop già visto ormai da decine di anni? Non credo. A fine ottobre si è tenuto un bellissimo incontro organizzato dalla galleria romana Mondo Pop al Palazzo delle Esposizioni assieme all’artista Glenn Barr (in pratica uno dei pionieri del Pop Surrealism). Durante la discussione c’è stata una riflessione che mi è rimasta impressa perché la condivido pienamente ormai da tempo: c’è una grande differenza tra il pop anni 60 ed il pop (o neo-pop appunto) di oggi. Se prima infatti l’oggetto e la cultura di massa in generale, fulcro delle opere di quegli anni, venivano analizzate dall’esterno, prendendone le distanze, in maniera quasi “aristocratica” potrei dire (per usare le parole stesse con cui se ne è discusso durante l’incontro), oggi chi fa qualcosa che abbia a che fare col pop (Neo Pop, Pop Surrealism etc.) è egli stesso parte di quella stessa cultura. Lo fa dall’interno insomma, essendone parte integrante ed attiva. E cambia tutto.
Gli Useless Objects sono appunto un modo di fare ironia e riflettere su questa dimensione della nostra realtà e dei nostri tempi. Anche se ogni oggetto inutile sarà completo solo quando sarà affiancato da un video in cui l’inutilità è sottolineata nel suo utilizzo ripetuto fino allo sfinimento, quasi autistico e senza alcun risultato.

        Pensi che l’arte abbia il compito di fungere anche da strumento di denuncia sociale o può permettersi di rimanere sublimata dalla realtà?

Liberare la propria immagine (o i propri lavori) dal riflesso della realtà penso sia impossibile, ma non ritengo che lo scopo primo dell’arte sia quello di strumento di denuncia sociale. Anzi, spesso tendere a questo e porsi il fine di dover necessariamente denunciare un determinato fatto porta a scadere nella retorica o nella banalità, quanto di più lontano ci dovrebbe essere dall’arte. Un’opera dovrebbe nascere senza forzature di alcun genere, mentre oggi molti artisti decidono cosa dipingere dopo essersi riuniti col proprio consiglio di amministrazione (leggi: critici, galleristi, mercanti etc.) ed  il ricorrere a volti, icone e simboli noti a tutti a volte mi sembra più una facile e proficua scappatoia che altro. Hitler, Cristo, Topolino e altre facce del genere ormai si contano a migliaia sulle tele. Questo perché è molto più facile, meno faticoso ed assai meno rischioso affermare immagini che in realtà già lo sono da tempo nella nostra coscienza che inventarsi qualcosa di nuovo per esprimere ciò che si vuole dire. Lo trovo piuttosto ripetitivo e, oggi come oggi, decisamente poco interessante.
 L’arte nasce per se stessa e per la necessità che ci spinge a darle vita. Poi essendo noi comunque partecipi della realtà che ci circonda ovviamente anche le nostre opere, in quanto fase finale di un processo di rielaborazione interiore (cosciente o meno) di ciò che viviamo, ne porteranno i segni. È  inevitabile quindi che in un lavoro ci siano anche il proprio punto di vista e la propria opinione su ciò che si vive, presenti in maniera chiaramente visibile o altrimenti in modo molto più sottile, ma comunque presenti.

        Quale periodo storico dell’arte ti ispira di più?

La lista sarebbe lunga, ma di sicuro ci sono alcuni periodi o artisti in particolare a cui sono particolarmente affezionato. I grandi pittori del passato ad esempio (che fino a pochi anni fa quasi snobbavo per stupidi pregiudizi, mea culpa), come Lippi, Michelangelo, Lotto, Raffaello, Leonardo, Tiziano o molti altri. In loro più che i temi trattati che quasi sempre non suscitano in me alcun interesse mi affascina il modo di dipingere, la costruzione degli ambienti e delle atmosfere, in particolare se sono ambienti naturali. E questo non a caso, i miei ultimi quadri infatti sono spesso ambientati in questo tipo di luoghi come grotte, montagne o vallate ad esempio e questo confronto è per me molto stimolante. Inoltre capita spesso che nelle mie tele ci siano riferimenti-omaggi a quadri di questi pittori: uno scorcio, delle rocce particolari o altro. Mi piace inserire questi riferimenti seppur minimi o a volte totalmente stravolti dall’opera stessa.
Poi ovviamente ci sono tutti quegli artisti con cui sento di avere maggiori affinità per il tipo di arte che realizzo. Molto distanti tra loro a volte per stile o contenuti, questi artisti sono tutti viventi ed in attività e ciò mi dà l’occasione di avere con questi un confronto, diretto o meno, per me fondamentale.  Se devo citare alcuni nomi mi vengono subito in mente Scott Musgrove, Naoto Hattori, Joe Sorren o Nicola Verlato ad esempio. Non che la mia pittura si avvicini particolarmente alla loro, ma conoscere le loro opere e vederle dal vivo è stato decisamente importante. Un altro artista che stimo particolarmente e con cui ho anche la fortuna di scambiare spesso due chiacchiere è Elio Varuna. La sua è un’arte che può piacere o meno ma, premesso che a me piace davvero molto e lo reputo tra i migliori oggi in circolazione, non si può negare comunque che le sue opere siano attuali, originali e di forte impatto. Varuna ha il suo modo di dipingere difficilmente accostabile ad altri e ci tengo a sottolineare questo perché penso che invece uno dei problemi di oggi sia che nel pop surrealism, soprattutto nei giovani pittori, sia decisamente presente il fenomeno del manierismo. Si corre il rischio di restare intrappolati in una rete dalle maglie troppo strette.
Ad ispirarmi ci sono poi grandi artisti come Bosch o Dalì (che mi piacciono particolarmente), Modigliani, Cocteau o Rothko; Tim Burton, Kitano ed altri nel cinema. Ballard, Eluard o Baudelaire (solo per citarne alcuni) nella letteratura… potrei fare almeno altri venti nomi senza doverci pensare. Ognuno di questi ha qualcosa per cui vale la pena conoscerne il lavoro.

        Sei molto giovane, dal tuo punto di vista come reputi la situazione artistica italiana? C’è spazio per i giovani talenti?

Purtroppo la risposta non è delle più felici. Non credo che l’Italia sia il luogo adatto per chi vuole avere la possibilità di crescere e maturare nel mondo dell’arte. C’è poco confronto, possibilità scarse di farsi conoscere e soprattutto una mentalità ferma a convinzioni orami desuete e piena di pregiudizi quanto mai anacronistici verso i nuovi tipi di arte. Penso al MAXXI “Museo delle arti del XXI secolo”, dove in realtà tutto ciò che si espone o è stato creato nel secolo scorso o comunque ne ha tutto l’aspetto (la cosa più vicina alle ipotetiche pretese del MAXXI forse è stata proprio la performance TAXXI realizzata lo scorso 15 ottobre). Non dico che l’arte del nostro passato più prossimo sia da buttare, assolutamente. Però basta, penso che si debba voltare pagina. E non è facile quando chi con tanta fatica si è guadagnato un posto di rilievo e una buona credibilità non ha la minima intenzione di farsi da parte e rendersi conto di essere ormai passato, magari recente, ma pur sempre passato. Poi il problema si ingrandisce quando queste stesse persone decidono di promuoverne altre che forse più di essere grandi artisti sono soltanto grandi promoter di se stessi ed hanno gli amici giusti. Insomma, come per tutto il resto qui nel nostro belpaese.
Inoltre gli aiuti e gli incentivi per chi vuole fare arte sono del tutto inesistenti o quasi. Riuscire a pagarsi uno studio ed i materiali per lavorare è quasi un privilegio e per farlo spesso chi è all’inizio non può che trovare altri modi per guadagnare. Non che sia sbagliato, credo di aver fatto ogni tipo di lavoro a tal fine, ma penso che un artista dovrebbe essere libero di dedicarsi alla sua arte e basta. È come un cane che si morde la coda: per dipingere hai bisogno di pagarti le spese, per pagarti le spese devi togliere tempo alla pittura. Fuori dall’Italia ci sono spazi dove affittare uno studio è alla portata di tutti, lo stato ti aiuta con sovvenzioni o borse di studio e le occasioni di confronto sono numerose e dinamiche. A mio avviso ciò che può fare un giovane artista è crearsi da sé un valido contesto di crescita, collaborando con altri artisti anch’essi emergenti, dando vita a momenti di confronto e spazi che possano diventare di riferimento. Di cose da fare ce ne sarebbero tante, ma spesso entra in gioco una mentalità tutta italiana, in cui gli artisti anziché collaborare sono gelosi o invidiosi l’uno dell’altro e preferiscono chiudersi nel proprio studio anziché agire in un’ottica più ampia e collaborativa. Per fortuna non è sempre così e le esperienze ed i rapporti che sto maturando in questo ultimo periodo me lo stanno dimostrando.  Diciamo che sono dell’idea che se una cosa la vuoi devi prendertela da solo senza aspettare niente o nessuno.
Se penso al Pop Surrealism l’unica eccezione (parlando di Roma) è rappresentata da gallerie come Mondo Bizzarro, Mondo Pop o la Dorothy Circus Gallery, che con il loro lavoro ne supportano, diffondono ed affermano il valore. Penso anche ad altre gallerie come Spazio 120 o Takeaway Gallery che, pur non rientrando in questo ambito, meritano sicuramente la mia stima e la citazione tra quelle che oggi come oggi promuovono l’arte in un certo modo. Ma anche qui non c’è alcun aiuto per permettere a chi porta avanti questi progetti di farlo libero da problemi economici e difficoltà di ogni genere. Sono ottimista e spero che nascano sempre più spazi indipendenti dedicati alla crescita ed alla promozione di giovani artisti, ma per il momento nella mia testa c’è l’estero.

2 commenti:

  1. Sei diventato un pop surrealista??
    Io ricordo grandi tele astratte....quante cose cambiano e con che velocità!!!
    Devo tenermi più aggiornata!

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  2. ciao Natascia, come dico anche nell'intervista se devo accostarmi a una corrente (movimento, ambito o che dir si voglia) sicuramente il pop surrealism è quello a cui mi sento più vicino. non che mi interessi essere definito in un modo o nell'altro ma lo trovo sicuramente il più vicino a me.
    hai ragione, sempre come dico nell’intervista fino a 3-4 anni fa le mie tele erano molto diverse. poi è iniziato un cambiamento del tutto spontaneo che mi ha portato dove sono oggi e ne sono contento visto che mi ci trovo proprio bene :)
    inoltre, (anche se può sembrare un po' forzato come paragone) per certi aspetti trovo molto più vicino l'astrattismo ed il simbolismo al pop surrealism che il surrealismo puro. infatti sia l'astrattismo che il pop surrealism parlano il linguaggio di un inconscio collettivo e non più personale (vedi pollock ed altri e l'influenza che Jung ha avuto su di loro con le sue teorie..) poi ovviamente le differenze sono tantissime ed il discorso sarebbe lungo..
    mi fa piacere che conosci il mio lavoro, non mi ricordo di esserci incontrati prima e quando vuoi sarei contento di incontrarti. il confronto con altri artisti è sempre bello e stimolante per me (inoltre è un po' che conosco i tuoi lavori e ti faccio i complimenti li trovo molto belli).
    Alessandro.

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